Giosetta Fioroni, un’esperienza artistica che va oltre la Pop Art

“In tutto il mio lavoro c'è una specie di matrice comune che è l'infanzia, una infanzia particolare, vissuta fra elementi molto legati alla visionarietà. Tutto questo ha avuto un ruolo importante nella scelta di certe cose, di certe inquadrature, perfino di certi modi di immaginare lo spazio. Uno spazio sempre così lontano, come accade su un palcoscenico, su un boccascena”.

Giosetta Fioroni. photo: Enrico Minasso

Giosetta Fioroni, artista di primo rilievo nel panorama artistico italiano degli anni sessanta, è stata una protagonista della scena romana negli anni del boom economico. La pittrice ha preso parte al rinnovamento dell’arte italiana dopo due decenni di sostanziale predominio dell’arte astratta informale, spostando il focus verso nuovi orizzonti iconici. Gli ultimi anni hanno registrato un momento d’oro per il mercato delle sue opere, molti suoi primati in asta sono stati aggiornati, confermando un interesse in forte ascesa tra le preferenze del collezionismo non solo italiano.

Giosetta Fioroni nasce a Roma nel 1932, suo padre Mario è uno scultore, la madre una marionettista. Suo nonno invece era un farmacista e amava in modo particolare la poesia: tra le sue frequentazioni c’era il poeta Vincenzo Cardarelli.

Studia all'Accademia di belle arti di Roma, tra i suoi maestri c’è Toti Scialoja. Espone alla Quadriennale di Roma del 1955. Nel 1956 lavora come costumista per la neonata televisione italiana. Nello stesso anno inizia a frequentare la Scuola di Piazza del Popolo con Tano Festa, Mario Schifano e Franco Angeli: il gruppo di giovani artisti, che con ritrovo al bar Rosati, gravitava attorno alla galleria la Tartaruga di Plinio de Martiis. Viene invitata alla XXVIII Biennale di Venezia, dove conosce Cy Twombly ed Emilio Vedova.

Raccontare la sua opera permette di parlare anche dell’arte italiana del periodo sotto un profilo diverso, meno filo-americano e più squisitamente italiano: è possibile liberare l’immagine degli artisti romani dall’ingombro della Pop Art a stelle e strisce, fenomeno in realtà marginale benché importante.

Negli anni che vanno dal 1957 al 1962, l’artista traccia - tra Parigi e Roma - le basi fondamentali del proprio percorso artistico. Nella capitale francese si lega a pittori informali come Joan Mitchell e conosce il critico d’arte Pierre Restany che le mostra il lavoro di Yves Klein, approfondendo la sua sensibilità nei confronti dell’avanguardia artistica del tempo, tra le esperienze informali e il Nouveau Realisme.

Emerge l’attenzione al ricordo e agli strati della memoria. Una specie di tono narrativo guida in maniera sotterranea schizzi e scarabocchi, macchie, forme e grandi campiture di colore. Una pittura astratta che non rinuncia, in definitiva, al messaggio e alla narrazione.

Giosetta Fioroni. Senza Titolo

Nel 1962, Giosetta afferma: “Dispongo le forme nello spazio del quadro nel modo rapido e sintetico in cui esse si presentano attraverso il ricordo. Cercando di fare un montaggio di vari elementi presi in differenti direzioni e strati della memoria.  Per direzioni della memoria intendo dei lunghi canali dove si raggruppano i ricordi. Dove si depositano le continue apparizioni che l’esperienza di vita ci propone. Un luogo a una certa ora e con una certa luce, il gesto di qualcuno, il modo di muovere gli occhi, una mano, l’unirsi di certe strade … me stessa vista in prospettiva interna, dell’alto, la casa al mare, dei movimenti vissuti là, un quadro, una piazza, una pietra di quella stessa piazza, i cuori disegnati col gesso sui marciapiedi, le forme più semplici che ci circondano. Per strati della memoria intendo qualcosa di più complesso che potrei chiamare sinteticamente la stratificazione emotiva”.

Nel 1964 partecipa alla XXXII Biennale di Venezia, che premia il giovane artista americano Robert Rauschenberg e sancisce il definitivo successo della Pop Art americana sia nel nuovo che nel vecchio continente. I cambiamenti sociali in corso, le nuove icone della contemporaneità, la fotografia, il cinema, la televisione e il definitivo trasferimento a Roma la portano a un totale ripensamento del suo rapporto con l’immagine. In questa fase inizia la stagione fondamentale degli Argenti, opere che rappresentano giovani donne sorprese in piccoli gesti quotidiani.

L’artista li realizza proiettando un’immagine fotografica sulla tela e inclinando la superficie di proiezione in modo da creare effetti di distorsione. Il risultato di questo processo è una pittura silenziosa, dove le superfici argentate fanno da controcampo ad ampie superfici vuote. Lo spettatore è colpito dalla posa e dall’atteggiamento di queste figure, ne rimane affascinato.

Diversamente dagli artisti della sua cerchia, Giosetta Fioroni è libera da tentativi di classificazione e definizioni. La sua pittura è più devota alla tradizione artistica e letteraria europea che a quella di matrice americana: alcuni tra i suoi riferimenti più vigorosi sono Paul Klee e Arshile Gorky – noto ponte tra l’esperienza astratta americana e il surrealismo europeo – e Cy Twombly, artista americano che si era trasferito a Roma.

L’arte di Giosetta Fioroni esprime un momento unico e non ripetibile della cultura italiana: gli anni di un dopoguerra dove, reduce dal Fascismo, gli animi si risvegliano e si aprono verso un benessere spirituale e non solo. Un momento in cui gli artisti sanno di dover adeguare la loro sensibilità ad una società che sta mutando velocemente. Il risultato? Un nuovo modo di vedere e di sentire, un nuovo rapporto con l’immagine, un nuovo rapporto con la storia e con la realtà.

Giosetta Fioroni. Particolare della nascita di Venere 1965 collezione Intesa Sanpaolo Gallerie d’italia - Piazza Scala Milano. photo: Giuseppe Schiavinotto